Le origini dell’illuminazione pubblica in Italia

Nella maggior parte delle città italiane l’illuminazione pubblica inizia a svilupparsi in maniera significativa solo alla fine del XVIII secolo. Diversamente, in altri Paesi europei essa fa la sua comparsa molto prima, rappresentando un ottimo biglietto da visita per capitali come Madrid, Londra e soprattutto Parigi le cui primitive lanterne stradali, risalenti al ‘600, vengono sostituite già nel 1764 da raffinati ed eleganti lampioni a riverbero.

Queste meraviglie non sfuggono certo ai viaggiatori italiani che al loro ritorno in patria favoleggiano di notti illuminate a giorno e di vicoli in cui è possibile avventurarsi anche dopo il tramonto senza il rischio di incappare in briganti o in veri e propri criminali; inversamente, però, ben più tristi appaiono le cronache degli stranieri dinnanzi alle tenebre in cui versano ancora numerose città italiane.

Illuminazione pubblica

Tra coloro che più se ne rammaricano è da segnalare lo spagnolo Leandro Fernández de Moratín la cui opera, Viaje de Italia, appare fin troppo ricca di amare riflessioni contro quella che definisce “esta mala policia”. A Napoli egli trova qua e là, rade e senz’ordine, poche lanterne di privati, mentre strade e rioni interi sono lasciati nella più orribile oscurità; lo stesso scenario può constatare a Bologna, Firenze e Genova, mentre trova di suo gradimento Torino, descritta come una città ben illuminata da grandi lanterne e riflettori. Nel capoluogo piemontese, infatti, già dal 1675 Madama Reale suggerisce al Consiglio Generale la necessità di istallare luci sopra i cantoni “ad effetto che si possa camminare sicuri per la città”.

Moratín soggiorna in Italia tra il 1793 e il 1795, ma già prima di lui altri avevano mosso le stesse lagnanze: nel 1728 il Montesquieu (valgano questi per molti altri esempi possibili) si scandalizza alla vista di viandanti costretti a fare uso di piccolissime lanterne dalla luce smorzata; nella seconda metà del secolo, invece, più precisamente nel 1770, è Ferdinando Galiani in contatto epistolare con De Sartine, luogotenente generale di polizia a Parigi, a lamentarsi dell’oscurità delle vie di Genova, Roma e Napoli.
Non molto tempo dopo un gentiluomo partenopeo, Giovanni Battista Malaspina, mostra particolare ammirazione per l’illuminazione notturna di Parigi e di Madrid e ancora, nel 1804, il veronese Antonio Zamboni, colpito da tanto sfavillio di luci, scambia il Palazzo Reale parigino per un vero e proprio “Palagio incantato”.

Anche se con un po’ di ritardo, anche l’Italia riesce alla fine a seguire le orme dei paesi più progrediti. E’ Venezia, assieme a Torino, una delle prime città a dotarsi di una primitiva illuminazione pubblica: decretata a partire dal maggio del 1732, essa impone alla città lagunare una tassa speciale per tutti i cittadini (ad ogni modo l’illuminazione non si diffonde inizialmente ovunque e per lungo tempo continua a sopravvivere l’uso di rivolgersi, in caso di necessità, alle guide notturne).
Ancora nel 1763 il Parini può contemplare a Milano le fiaccole dei lacchè in corsa davanti alle carrozze dei nobili ed è necessario attendere il 1786 per poter parlare di vera illuminazione cittadina. Dieci anni dopo è la volta di Bologna, ma l’impresa non viene condotta a termine prima del 1801: nel frattempo la città, fatta eccezione per qualche lumino acceso davanti agli altari votivi alla Madonna, rimane nell’oscurità più totale e coloro che escono di notte per le vie sono costretti a ricorrere necessariamente all’uso di piccole lanterne.

Illuminazione nei trasportiLanterna a Firenze 1768Firenze si rivela più sollecita e il primo tentativo di illuminare il suo centro storico risale al 1783 anche se in passato, come apprendiamo dall’Osservatorio fiorentino del Lastri, le lampade collocate in prossimità delle immagini sacre, specialmente quelle agli angoli delle strade, erano abbastanza frequenti da riuscire ad avere la meglio sulle tenebre circostanti.
Precise notizie su Lucca, ricavate dal libro Vita lucchese nel Settecento (Cesare Sardi, 1905) confermano l’accensione delle prime luci di strada a partire dalla fine del ‘700: finalmente la gente può aggirarsi per le vie anche dopo il tramonto, frequentare le osterie e i ritrovi di ogni sorta.
Dall’opera del Sardi, inoltre, apprendiamo che i lampioni compaiono nel 1792, grazie all’opera di privati benefattori: Pietro Bancari e Cosimo Bernardini che ne collocano qualcuno davanti alle proprie dimore. I meno facoltosi si accontentano di lanterne a muro, mentre il Comune provvede per i lampioni del Palazzo Pubblico regolando, con norme opportune, la quantità d’olio secondo l’intensità luminosa della luna e l’orario di accensione in base al variare delle stagioni.

Nella città toscana si raggiunge comunque una perfetta efficienza nel 1808, sotto il regime napoleonico, con l’istallazione di 100 lampioni, dei quali 70 ordinati nuovi e 30 scelti tra quelli di proprietà privata. Anche i romani rimangono al buio fino al 1798, data in cui il governo repubblicano prescrive a tutti i proprietari di case con “più di tre finestre corrispondenti sopra di una strada” l’obbligo “di tenere sospeso ad una finestra del primo piano un lampione acceso in tutta la notte dal tramontare del sole sino al nuovo giorno”.

Provvedimenti ancora più solleciti si registrano a Napoli dove fin dal 1770 il governo ordina che tutti gli edifici pubblici, i Banchi, i palazzi dei ministri, degli ambasciatori e dei nobili di grande casato, tengano fanali accesi di notte davanti alle porte e agli angoli delle strade; in seguito ne viene collocato un centinaio lungo la strada di Forcella.

Una delle edicole di Padre RoccoMa si tratta di un’illuminazione di breve durata in quanto le luci vengono presto abbattute da malviventi che necessitano del buio per poter svolgere le loro illecite attività. Per ovviare a questo grave inconveniente si racconta che padre Gregorio Maria Rocco (1700-1782), ottenuta la licenza dal re, inizia a disporre nei punti più trafficati, e in apposite nicchie, 300 copie di un quadro raffigurante la Vergine e 100 figure del Cristo montate su altrettante croci di legno: da quel giorno si registra una vera e propria gara da parte dei fedeli per mantenere continuamente accesi, sia di giorno che di notte, due fanali ai lati di ciascuna raffigurazione sacra. Con questo espediente Napoli riesce finalmente ad essere illuminata, persino nei vicoli in precedenza troppo bui e pericolosi.

Tra il 1785 e il 1786 si hanno tracce di appalti per l’illuminazione anche nelle vie principali della città di Palermo.

Molti, però, sono i centri che rimangono ancora al buio, rotto a malapena da qualche scialbo lumicino posto davanti alla edicole dei Santi e al rintocco della campane delle chiese, annuncianti un’ora trascorsa dall’Avemaria, piazze, strade, vicoli e cortili, ripiombano nell’oscurità.
Soltanto a partire dalla metà dell’Ottocento, con l’entrata in funzione del gas ottenuto dalla distillazione del carbon fossile, anche i centri italiani possono finalmente dotarsi di lampioni stradali capaci di illuminare e vincere in maniera efficace e duratura persino le tenebre più profonde.

Prospetto statico illuminazione città italiane

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